“Fare la ricercatrice non è un lavoro, è la mia missione personale” Intervista alla dr.ssa Brunella Costanza

10/04/2021
“Fare la ricercatrice non è un lavoro, è la mia missione personale”   Intervista alla dr.ssa Brunella Costanza

10 aprile 2021

Brunella Costanza, cosentina, laureata in chimica e tecnologie farmaceutiche all’Università della Calabria, Phd in Biomedical and Pharmaceutical Science presso l’Università di Liegi (Belgio), svolge la sua ricerca all’Istituto Europeo di Oncologia di Milano grazie al sostegno della nostra Associazione.

Cara Brunella, ci può spiegare in parole semplici in che cosa consiste il suo progetto di ricerca?

Il progetto di ricerca che attualmente sto svolgendo è volto a capire meglio il ruolo di una proteina chiave nello sviluppo del glioblastoma. Questa proteina rappresenta un ottimo bersaglio farmacologico e a tal proposito nel nostro istituto è stato sintetizzato un composto in grado di bloccarne l’attività. Abbiamo ottenuto dei risultati molto promettenti a seguito del trattamento con tale inibitore, usando come modello sperimentale cellule derivate da tessuti di pazienti ottenuti dopo rimozione chirurgica della massa tumorale. Tuttavia, come spesso capita, soprattutto per tumori eterogenei come il glioblastoma, una coorte di cellule derivata da diversi pazienti ha mostrato scarsa/nulla
risposta al composto testato. L’obiettivo che ci siamo posti è capire da cosa dipenda questa differente risposta e individuare strategie in grado di prevederla e superarla. La nostra idea è che alla base ci sia una diversa
capacità delle cellule responsive di usare i nutrienti (ossigeno, glucosio etc.) rispetto alle cellule non responsive. Stiamo lavorando per validare questa ipotesi ed individuare piú precisamente le proteine coinvolte in queste vie metaboliche.

Cosa l’ha spinta a concentrarsi proprio sulla lotta al tumore cerebrale?

I tumori cerebrali, di cui si contano diversi sottotipi, sono patologie piuttosto rare se confrontate ad altri tipi di tumore solido (mammella, colon, polmone etc.), ma estremamente aggressive. Come spesso accade, gli sforzi verso patologie più “rare” sono significativamente minori rispetto ad altre categorie. Per il mio rientro in Italia (ho lavorato all’estero 5 anni) ho pensato che le capacità acquisite dovessero essere veicolate verso qualcosa di cui si conosce ancora molto poco.

A che punto è, in base alla sua esperienza, la ricerca in tale ambito?

La ricerca fa passi da gigante ogni giorno, in ogni ambito. Le tecnologie a disposizione oggi sono evolute e versatili; ci permettono di studiare sistemi complessi anche avendo a disposizione poco materiale biologico di partenza. Lo scoglio più grande quando si parla di tumori del sistema nervoso è l’estrema eterogeneità che si riscontra a più livelli. Per esempio lo stesso tipo di tumore può di fatti essere molto diverso da paziente a paziente e ancor peggio è l’eterogeneità che si incontra a livello intracellulare in ogni singola massa tumorale. Avere davanti un sistema così complesso limita l’efficacia della mono terapia (attualmente in uso) e rende complicato la scoperta di bersagli
molecolari e il relativo sviluppo di farmaci.

Quali sono secondo lei gli obiettivi che concretamente si può sperare di raggiungere da qui a 5/10 anni nella ricerca su del tumore cerebrale?

Gli obiettivi da perseguire e raggiungere nell’immediato sono essenzialmente due:

La scoperta di biomarcatori sufficientemente sensibili e specifici a scopo diagnostico e per il monitoraggio dei pazienti;

L’identificazione di bersagli molecolari e il relativo sviluppo di farmaci biologici.

I progetti che attualmente stiamo portando avanti nel nostro laboratorio sono volti a rispondere ai due obiettivi sopracitati. I risultati ottenuti
verranno a breve pubblicati su riviste scientifiche note. Ogni lavoro pubblicato spiana la strada per il passo successivo.

Il dono di Rossana, come sa, è un’Associazione nata per volontà dei genitori di Rossana Milazzo, una giovane ragazza di 26 anni che ci ha lasciato circa due anni fa per un tumore cerebrale . Che cosa significa per lei sapere che il suo progetto di ricerca verrà sostenuto da questa associazione?

Rossana è la mia motivazione personale in più. Ogni mattina quando indosso il camice penso alle troppo numerose Rossana, alle loro famiglie che quotidianamente combattono la grande battaglia contro un infido nemico. Rossana è il volto concreto dei miei sforzi, della mia scelta quotidiana di fare questo lavoro nonostante le mille difficoltà ad esso associate in un paese poco attento alla ricerca come il nostro.

Vuole raccontarci qualcosa di se, come ha scelto di fare la ricercatrice, quali sono le sue passioni, come trascorre il tempo libero?

Fare il ricercatore, forse, è un po’ come fare il prete: è una sorta di vocazione. Come i preti che ad un certo punto si rendono conto di quale sia la loro missione nel mondo, anche io ad un tratto ho realizzato che tutte le scelte fatte dalle scuole primarie in poi avrebbero trovato senso solo in questa professione. Sono diventata mamma da poco, con l’arrivo del bambino è sparito anche il mio tempo libero, dedicato interamente alla famiglia. Prima del bambino e del COVID mi piaceva molto viaggiare e andare a teatro.

Se le chiedessi di sintetizzare in una frase o in una parola il suo lavoro di ricercatrice, cosa direbbe?

Fare la ricercatrice non è un lavoro, è la mia missione personale.